Una conversazione della tradizione gaudiya vaisnava parte dal digiuno di Ekadasi e arriva a una domanda molto più universale: una pratica spirituale ci trasforma davvero, oppure rischia di diventare soltanto un insieme di regole?
Esistono pratiche religiose che, osservate dall’esterno, sembrano soprattutto una questione di regole: che cosa si può mangiare, che cosa bisogna evitare, in quale giorno digiunare, quando interrompere il digiuno.
Ma che cosa accade quando la regola sopravvive e il significato si perde?
È una delle domande emerse in un incontro online della tradizione gaudiya vaisnava, guidato da Srila Bhakti Niskama Shanta Maharaja il 28 dicembre 2025. Il tema era Ekadasi, il giorno di digiuno e maggiore concentrazione spirituale osservato da molti devoti di Krishna.
La discussione, però, è andata presto oltre il cibo e il calendario. Il punto centrale è diventato un altro: una disciplina spirituale ha valore quando aiuta la persona a servire meglio, a diventare più consapevole e meno centrata su se stessa.
Il digiuno non è una gara
Uno dei passaggi più interessanti riguardava proprio il digiuno. La tesi espressa durante l’incontro è semplice: se digiunare permette a una persona di essere più presente, più lucida e più disponibile al servizio, allora il digiuno ha senso. Se invece una pratica troppo rigida rende una persona esausta, irritabile o incapace di fare ciò che dovrebbe, allora forse la forma ha preso il posto dello scopo.
È un principio che può essere letto anche al di fuori della tradizione vaisnava. Ogni disciplina — religiosa, meditativa, etica o perfino salutistica — può trasformarsi in una competizione. Si comincia per migliorare se stessi e si finisce per misurarsi con gli altri.
Il problema non sono le regole, ma ciò che ne facciamo
Durante l’incontro si è parlato anche delle differenze tra calendari spirituali, delle diverse tradizioni locali e delle discussioni su ciò che sarebbe consentito o vietato durante Ekadasi.
La risposta proposta non è stata quella di abolire le regole, ma di rimetterle al loro posto. Le regole possono essere strumenti. Possono educare, disciplinare, aiutare a ricordare un orientamento. Ma quando diventano un’identità da esibire, perdono qualcosa del loro valore.
Il rischio del “robot spirituale”
Forse l’immagine più efficace emersa nell’incontro è stata quella del robot.
Un robot può essere programmato per compiere sempre gli stessi gesti: presentarsi a un’ora precisa, ripetere determinate parole, evitare alcuni alimenti, eseguire una sequenza perfetta di comportamenti.
Ma una vita spirituale, se è davvero tale, dovrebbe coinvolgere qualcosa che non può essere ridotto a procedura: intenzione, libertà, responsabilità, amore, ascolto, capacità di scegliere.
È una provocazione interessante anche per il nostro tempo, perché viviamo immersi negli automatismi. Le notifiche ci ricordano quando alzarci, bere, lavorare, respirare, meditare. Tutto questo può essere utile. Ma nessuna applicazione può decidere al nostro posto perché stiamo facendo qualcosa.
Digiunare per ricordare che non siamo il centro
Nella prospettiva vaisnava discussa durante il meeting, Ekadasi è anche un modo per ridurre temporaneamente la ricerca del piacere e riportare l’attenzione verso il servizio e il ricordo del divino.
Detto in un linguaggio più universale: rinunciare per qualche ora a qualcosa che normalmente desideriamo può diventare un esercizio per ricordarci che non ogni impulso deve essere soddisfatto immediatamente.
È un principio che molte tradizioni religiose conoscono bene. Il cristianesimo ha il digiuno e l’astinenza. L’Islam ha il Ramadan. Il buddhismo conosce forme di disciplina alimentare. In molte vie spirituali la rinuncia temporanea non viene considerata un fine in sé, ma uno strumento per creare spazio interiore.
Quando due calendari dicono cose diverse
Un partecipante all’incontro ha posto una domanda molto concreta: perché tradizioni vaisnava differenti possono indicare giorni diversi per il digiuno?
La risposta ha richiamato la complessità dei calendari religiosi tradizionali e la pratica di seguire il calendario e le indicazioni del proprio maestro spirituale. Anche qui si può leggere un messaggio più ampio: non tutte le differenze devono trasformarsi in battaglie.
Una domanda che riguarda tutti
Alla fine, ciò che resta dell’incontro non è soltanto una lezione su Ekadasi. Resta una domanda utile a chiunque abbia una pratica spirituale, religiosa o meditativa:
quello che faccio mi rende più presente, più disponibile, più gentile e più capace di servire, oppure mi rende soltanto più attaccato all’idea di essere una persona “spirituale”?
La differenza può sembrare sottile. Ma forse è proprio lì che si decide se una disciplina resta una forma esteriore o diventa davvero trasformazione.
Per approfondire
Il tema del dialogo tra percorsi spirituali differenti è anche al centro del libro Due sentieri, una conversazione, di Ramananda Das (Renzo Samaritani Schneider) e Nadidja.
Nota di trasparenza — Questo articolo è una rielaborazione editoriale di una registrazione e relativa trascrizione automatica di un incontro online. Non è una trascrizione letterale. Alcuni concetti sono stati adattati in un linguaggio più universale per renderli accessibili anche a lettori esterni alla tradizione gaudiya vaisnava.

