PARTE II — LE CREPE DEL PARADISO
16. Il gatto del cimitero
Il gatto comparve la prima volta all’alba, seduto sopra il muro del vecchio cimitero come se fosse stato messo lì apposta.
Non si muoveva.
Non miagolava.
Non sembrava aspettare cibo.
Guardava.
La Città della Nuova Luce distava dal piccolo camposanto poco più di venti minuti a piedi, seguendo una strada bianca che attraversava ulivi, muretti a secco e campi lasciati crescere quasi selvatici. Nessuno ci andava spesso. Non per paura, ma perché il cimitero apparteneva a un’altra geografia dell’anima: quella dei paesi vicini, delle famiglie del posto, delle fotografie ovali sulle lapidi, dei nomi che ritornavano identici per generazioni.
Eppure, da qualche settimana, qualcuno della comunità aveva cominciato a percorrere quella strada la mattina presto.
Per camminare.
Per stare in silenzio.
Per guardare il sole salire dal mare.
Renzo ci era andato due volte.
La terza incontrò il gatto.
***
Era un animale grande, magro senza essere scheletrico, con il pelo grigio cenere e una macchia bianca sul petto che sembrava il bavero di una camicia.
Aveva un orecchio leggermente tagliato.
Gli occhi, invece, erano perfetti.
Verdi.
Fermi.
Antichi.
Renzo rallentò.
Il gatto lo osservò arrivare.
Niente fuga.
Niente arco della schiena.
Niente diffidenza teatrale.
Soltanto quello sguardo.
— Buongiorno — disse Renzo.
Il gatto non rispose.
— Giustamente.
Dietro di lui, Massimiliano sbuffò.
— Hai appena salutato un gatto sconosciuto.
— Lui almeno non interrompe.
— Non ancora.
Il gatto girò la testa verso Massimiliano.
— Visto? — disse Renzo. — Ti ha già giudicato.
***
Il cimitero era ancora chiuso.
Il cancello di ferro battuto aveva una catena lenta, appoggiata senza lucchetto.
Dall’interno arrivava odore di terra umida, cera spenta e cipressi.
Renzo si avvicinò al muro.
Il gatto rimase al suo posto.
Quando fu a meno di un metro, l’animale scese.
Non saltò via.
Scese dal lato interno del cimitero.
Scomparve.
— Vive lì dentro — disse Massimiliano.
— Può darsi.
— Un gatto del cimitero.
Renzo sorrise.
— Sembra il titolo di qualcosa.
***
La storia cominciò a circolare.
Il gatto del cimitero.
In una comunità come quella, bastava pochissimo perché un animale diventasse simbolo.
Una piuma trovata davanti al tempio poteva generare tre interpretazioni spirituali.
Un gufo visto di notte diventava segno di trasformazione.
Una lucertola in meditazione poteva essere letta come “presenza della terra”.
Il gatto, naturalmente, ebbe un successo immediato.
Arianna disse che rappresentava “il guardiano della soglia”.
Javier propose che fosse un animale totem.
Étienne, più prudente, osservò che probabilmente rappresentava soprattutto un gatto.
Lucia fu ancora più concreta.
— Se cominciate a portargli cibo, entro una settimana avremo cinquanta gatti e due volpi.
— Esageri.
— Voi spirituali sottovalutate sempre il potere delle crocchette.
***
Kandy e Khloe vennero informate della situazione.
Non direttamente.
Ma inevitabilmente.
Renzo tornò dalla passeggiata con addosso l’odore di un altro gatto.
Khloe lo capì in quattro secondi.
Gli annusò i pantaloni.
Poi le scarpe.
Poi tornò sui pantaloni.
Infine lo guardò.
Era uno sguardo preciso.
Freddo.
Amministrativo.
— Non è successo niente — disse Renzo.
Khloe continuò a guardarlo.
— L’ho solo visto.
Kandy, dalla poltrona, aprì un occhio.
Sembrava voler dire che quelle erano questioni private tra adulti.
Massimiliano rise.
— Ti sta interrogando.
— È possessiva.
— È una gatta.
— Non vedo la differenza.
***
Il giorno dopo Renzo tornò al cimitero da solo.
Non aveva deciso di cercare il gatto.
Almeno così disse a se stesso.
La mattina era limpida.
L’aria sapeva di erba tagliata e pietra fredda.
Una campana lontana suonò sette colpi.
Quando arrivò, il cancello era aperto.
Il custode stava spazzando il vialetto principale.
Un uomo anziano con un berretto blu, pantaloni di tela e mani grandi.
Renzo lo salutò.
— Buongiorno.
— Buongiorno.
— Posso entrare?
L’uomo lo guardò come se la domanda fosse strana.
— È aperto.
Renzo entrò.
***
Il cimitero era piccolo.
Molto più piccolo di quanto immaginasse.
Due vialetti principali.
File di tombe basse.
Qualche cappella familiare.
Cipressi.
Gerani.
Fotografie.
Nomi.
Date.
Alcune tombe erano decorate con attenzione quasi domestica: centrini di plastica sotto i vasi, piccoli angeli, rosari, fotografie di nipoti.
Altre erano abbandonate.
Marmo opaco.
Lettere scolorite.
Fiori finti piegati dal sole.
Renzo camminò piano.
Aveva sempre avuto un rapporto strano con i cimiteri.
Non paura.
Piuttosto una specie di imbarazzo.
Come entrare in una stanza dove tutti dormono.
***
Il gatto apparve vicino a una tomba laterale.
Era seduto sopra una lastra di pietra.
Renzo si fermò.
— Eccoti.
Il gatto lo osservò.
Poi scese e si avvicinò.
Questa volta senza esitazione.
Renzo abbassò una mano.
L’animale la annusò.
Poi strofinò lentamente la testa contro le dita.
— Ah.
Renzo sorrise.
— Quindi sei socievole.
Il gatto cominciò a fare le fusa.
Silenziose.
Quasi invisibili.
***
— Si chiama Orlando.
La voce arrivò alle sue spalle.
Renzo si voltò.
Il custode era a pochi metri.
— Orlando?
— Così lo chiamava la signora Teresa.
— Vive qui?
— Da anni.
L’uomo appoggiò la scopa al muro.
— Prima stava sempre con lei.
Indicò la tomba.
Renzo guardò la fotografia.
Una donna anziana.
Capelli bianchi.
Occhi scuri.
Una data di morte di tre anni prima.
— Veniva qui ogni giorno?
— No. Viveva qui vicino.
L’uomo sorrise.
— Quasi.
***
Il custode si chiamava Michele.
Raccontò la storia senza enfasi.
Teresa abitava in una masseria poco lontana.
Vedova.
Nessun figlio.
Aveva trovato Orlando cucciolo vicino a un cassonetto.
Per anni il gatto aveva vissuto con lei.
Quando Teresa si ammalò, una nipote la portò in città.
Orlando sparì.
Qualche settimana dopo ricomparve al cimitero.
Da allora non se n’era più andato.
— Ma come faceva a sapere dov’era sepolta? — chiese Renzo.
Michele scrollò le spalle.
— Non lo so.
— Qualcuno l’ha portato qui?
— Nessuno che io sappia.
Renzo guardò il gatto.
Orlando si era sdraiato sulla tomba.
***
La storia arrivò alla comunità entro pranzo.
Naturalmente subì immediatamente una trasformazione.
Alle dodici era ancora:
“Il gatto vive vicino alla tomba della sua padrona.”
Alle tredici era diventata:
“Il gatto non ha mai lasciato la tomba della padrona.”
Alle quattordici:
“Il gatto veglia la padrona da tre anni.”
Alle sedici:
“Il gatto sente la presenza della padrona.”
Alle diciotto Javier dichiarò:
— Gli animali percepiscono cose che noi abbiamo perduto.
Lucia continuò a tagliare zucchine.
— Anche il tonno.
***
Quella sera Shivananda parlò del gatto durante la cena.
Non perché volesse farne una lezione.
Qualcuno glielo chiese.
— Pensi che Orlando senta ancora Teresa?
Shivananda mangiava una zuppa di lenticchie.
Posò il cucchiaio.
— Non lo so.
Silenzio.
— Tutto qui?
— Tutto qui.
Qualcuno rise.
— Non hai una spiegazione spirituale?
— Potrei inventarne una.
— E perché non lo fai?
Shivananda sorrise.
— Perché sarebbe molto più interessante del fatto che non lo so.
***
Renzo pensò a quella risposta tutta la notte.
Non lo so.
Due parole quasi proibite nei luoghi spirituali.
Dove tutto sembrava dover avere un significato.
Ogni coincidenza.
Ogni sogno.
Ogni malattia.
Ogni incontro.
Ogni perdita.
Ogni animale.
Forse, pensò, una delle forme più sottili dell’ego era proprio il bisogno di spiegare.
Il bisogno di dare un ordine al mistero.
***
Il giorno seguente Miriam propose una visita al cimitero.
— Solo chi vuole.
Andarono in sette.
Renzo.
Massimiliano.
Miriam.
Arianna.
Carlo.
Étienne.
E una ragazza nuova, Sofia, che aveva perso la madre da pochi mesi.
Camminarono in silenzio.
Il sole era già alto.
L’odore degli ulivi si mescolava a quello della polvere.
Quando arrivarono, Orlando era sul muro.
Li guardò.
Sette persone.
Sette interpretazioni.
Una sola coda.
***
Sofia rimase indietro.
Renzo se ne accorse.
Davanti alla tomba di Teresa, Orlando scese dal muro e le si avvicinò.
La ragazza si accucciò.
Il gatto le annusò la mano.
Poi le salì sulle ginocchia.
Sofia scoppiò a piangere.
Non forte.
Senza singhiozzi.
Le lacrime cominciarono semplicemente a scendere.
Nessuno parlò.
Nemmeno Javier, che fortunatamente non era venuto.
***
Sofia accarezzava il gatto.
— Mia madre odiava i gatti — disse.
Qualcuno rise piano.
Lei rise insieme agli altri mentre piangeva.
— Davvero.
Orlando continuava a fare le fusa.
— Però aveva un cane.
Fece una pausa.
— Quando è morta, per settimane ho continuato a sentire il rumore delle sue chiavi.
Renzo la guardò.
— Le chiavi?
— Quando tornava a casa.
Sofia si asciugò il viso.
— Ogni sera alle sei mi sembrava di sentirle.
Nessuno disse che fosse un segno.
Nessuno disse che fosse immaginazione.
Nessuno spiegò.
Forse quella fu la cosa più gentile.
***
Rimasero nel cimitero quasi un’ora.
Carlo sistemò un vaso caduto.
Arianna tolse alcune foglie secche da una tomba sconosciuta.
Massimiliano lesse ad alta voce un nome.
— Domenico Russo, 1919-1998.
— Ottant’anni — disse Renzo.
— Quasi.
— Chissà cosa ha visto.
Étienne guardò la fotografia.
— Una guerra.
— Due vite d’Italia.
— Televisione.
— Automobili.
— Forse figli.
— Forse niente figli.
Renzo osservò la lapide.
Una vita intera ridotta a due date e una fotografia.
Eppure, tra quelle date, c’era stato tutto.
Paura.
Fame.
Desiderio.
Gelosia.
Pranzi.
Febbri.
Amori.
Noia.
Domeniche.
Persone.
***
Sulla via del ritorno nessuno parlava.
Era un silenzio diverso da quello delle meditazioni.
Meno ordinato.
Meno spirituale.
Più umano.
Renzo pensò che i cimiteri erano forse gli unici luoghi dove l’uguaglianza smetteva di essere un ideale.
Tutti arrivavano lì.
Guru.
Giornalisti.
Presidenti.
Cuochi.
Gatti no, probabilmente.
I gatti avevano altri contratti.
***
Orlando diventò una presenza.
Qualcuno andava a trovarlo.
Qualcuno portava acqua.
Lucia vietò categoricamente la creazione di un “gruppo crocchette”, ma una ciotola comparve comunque vicino al cancello.
Nessuno confessò.
Michele fingeva di non sapere.
***
Una settimana dopo successe qualcosa.
Orlando non c’era.
Renzo arrivò al cimitero alle sette.
Muro vuoto.
Tomba vuota.
Vialetto vuoto.
Chiese a Michele.
— Non l’ho visto da ieri.
Il custode sembrava preoccupato.
— Succede?
— Va in giro.
— Torna sempre?
Michele annuì.
— Sempre.
***
La sera Orlando non era tornato.
Il giorno dopo nemmeno.
Nella comunità nacque un’inquietudine sproporzionata.
— Magari è andato a caccia.
— Magari qualcuno l’ha preso.
— Magari è ferito.
— Magari...
Lucia interruppe.
— Magari è un gatto.
Ma anche lei, quella sera, chiese se qualcuno avesse notizie.
***
Al terzo giorno Renzo andò al cimitero da solo.
Sedette sul muretto.
Aspettò.
Niente.
Guardò la tomba di Teresa.
Per la prima volta gli sembrò davvero vuota.
E allora capì qualcosa che non gli piacque.
Avevano trasformato Orlando in un ponte.
Tra i vivi e i morti.
Tra il mistero e le spiegazioni.
Tra la comunità e qualcosa di più grande.
Ma Orlando non aveva mai chiesto quel ruolo.
Era soltanto un gatto.
Forse affezionato a un luogo.
Forse a un odore.
Forse a una memoria.
Forse a nulla di tutto questo.
***
Renzo tornò verso casa.
A metà strada sentì un rumore.
Un fruscio.
Si fermò.
Tra due muretti a secco comparve Orlando.
Il gatto attraversò la strada.
Tranquillo.
Con qualcosa in bocca.
Una lucertola.
Renzo scoppiò a ridere.
— Tre giorni.
Orlando lo guardò.
— Tre giorni a preoccuparci.
Il gatto lasciò cadere la lucertola.
Poi la riprese.
— E tu eri a caccia.
Orlando passò accanto a lui.
Direzione cimitero.
***
Quella sera Renzo raccontò tutto.
La comunità rise.
Lucia quasi si commosse.
— Finalmente un animale spirituale che fa qualcosa di sensato.
Javier protestò.
— La caccia può essere simbolica.
Lucia lo guardò.
— Javier.
— Sì?
— Mangia.
***
Il giorno successivo Renzo tornò al cimitero.
Orlando era sulla tomba di Teresa.
Come sempre.
Il sole filtrava tra i cipressi.
Il marmo era caldo.
Il gatto dormiva.
Renzo si sedette poco distante.
Non cercò significati.
Non pensò all’anima.
Non pensò alla reincarnazione.
Non pensò ai segni.
Rimase.
Orlando aprì un occhio.
Poi lo richiuse.
***
Più tardi Michele gli raccontò un dettaglio che non aveva mai detto.
Teresa, negli ultimi mesi della sua vita, ripeteva spesso una frase.
— Quale?
Il custode sorrise.
— Diceva che quando sarebbe morta, non voleva nessuno a farle la guardia.
Renzo guardò Orlando.
— Direi che non è stata ascoltata.
Michele rise.
— I gatti non rispettano le ultime volontà.
***
Quella sera, nel quaderno, Renzo scrisse:
Forse il mistero non chiede di essere spiegato.
Forse chiede soltanto compagnia.
Pensò a Sofia.
Alle chiavi della madre.
A Teresa.
A Orlando.
A tutte le persone che avevano amato qualcuno e poi avevano cercato un segno.
Una piuma.
Una canzone.
Un sogno.
Un gatto.
Non perché fossero ingenue.
Ma perché l’assenza è una stanza troppo grande.
E qualsiasi cosa faccia rumore dentro quella stanza, anche solo per un momento, può sembrare una porta.
***
Kandy saltò sulla scrivania.
Khloe arrivò subito dopo.
Renzo le guardò.
— Non preoccupatevi.
Kandy sbatté lentamente le palpebre.
— Non vi trasformerò in simboli.
Khloe si sedette sopra il quaderno.
— Al massimo in personaggi.
Massimiliano, dal letto, disse:
— Peggio.
Renzo rise.
Fuori, la notte scendeva sul Gargano.
Da qualche parte, oltre gli ulivi e la strada bianca, Orlando probabilmente dormiva sopra una tomba.
O inseguiva una lucertola.
O faceva entrambe le cose, in quell’ordine misterioso che gli esseri umani chiamano significato quando hanno paura di dire semplicemente:
non lo so.

