PARTE II — LE CREPE DEL PARADISO 14. La notte senza elettricità

Il blackout arrivò alle ventuno e diciassette.

Un istante prima, la Città della Nuova Luce era immersa nella sua consueta confusione serale: lampadine appese sotto i pergolati, telefoni in carica sulle mensole, una vecchia radio accesa in cucina, il ronzio sommesso dei frigoriferi, il modem che lampeggiava nella stanza dell’accoglienza, qualcuno che partecipava a una videochiamata di lavoro, qualcun altro che cercava disperatamente una presa libera.

Un istante dopo, tutto scomparve.

Niente luce.

Niente frigoriferi.

Niente internet.

Niente ventole.

Niente musica.

Soltanto il buio.

Un buio vero.

Compatto.

Antico.

Per alcuni secondi nessuno parlò.

Poi, dalla cucina, arrivò la voce di Lucia:

— NON APRITE I FRIGORIFERI!

Fu la prima legge della nuova era.

Renzo era nella stanza numero sette con Massimiliano.

Aveva il computer sulle ginocchia e stava correggendo alcune pagine. Sul tavolino, accanto a una tazza di caffè d’orzo ormai freddo, il telefono era collegato al caricabatterie.

Kandy dormiva sulla poltrona di vimini.

Khloe, invece, stava osservando una falena che continuava a sbattere contro il vetro della finestra.

Poi tutto si spense.

Il computer.

La lampada.

Il caricatore.

Il piccolo ventilatore che fino a quel momento aveva spostato inutilmente l’aria calda della stanza.

Renzo rimase immobile.

Massimiliano alzò la testa.

— È saltata la corrente?

— O l’umanità.

Fuori cominciarono ad aprirsi porte.

— Avete luce?

— No!

— Neanche noi!

— È saltato solo qui?

— Qualcuno controlli il quadro!

— Chi ha una torcia?

— Il telefono!

— Il mio è al sette per cento!

— Il mio al quattro!

— Il mio era in carica!

La voce di Lucia attraversò ancora una volta il cortile:

— E NON APRITE QUEI FRIGORIFERI!

Nel giro di cinque minuti la comunità era diventata una costellazione di schermi.

Decine di persone camminavano nel cortile puntando davanti a sé la luce dei telefoni.

Volti illuminati dal basso.

Ombre enormi sulle pareti di pietra.

Persone che cercavano cavi, interruttori, torce, candele.

Per qualche istante sembrava la scena di un film apocalittico girato con un budget molto basso.

Renzo uscì dalla stanza.

L’aria della sera era ancora calda, ma senza il ronzio elettrico che normalmente accompagnava la vita del luogo tutto sembrava diverso.

Più grande.

Più vuoto.

Più vivo.

Alzò gli occhi.

E rimase fermo.

Le stelle.

Non aveva mai visto tante stelle sopra la Città della Nuova Luce.

La luce artificiale le aveva sempre rese più deboli.

Ora, invece, il cielo era diventato immenso.

Una fascia lattiginosa attraversava l’oscurità.

Il Gargano sembrava essersi staccato dal presente.

Niente lampioni.

Niente finestre luminose.

Soltanto la sagoma nera degli ulivi, il profilo delle colline e quell’infinito di stelle.

Massimiliano uscì dietro di lui.

Guardò in alto.

— Però…

— Già.

Per qualche secondo nessuno dei due disse altro.

Khloe passò tra le loro gambe.

Kandy la seguì con passo molto più dignitoso.

Per le gatte, il blackout sembrava non aver modificato assolutamente nulla.

Il problema tecnico risultò meno semplice del previsto.

Il quadro generale funzionava.

I fusibili erano intatti.

Il generatore d’emergenza, comprato usato qualche mese prima, decise proprio quella sera di dimostrare che il concetto di “emergenza” poteva essere interpretato filosoficamente.

Non partiva.

Javier provò.

Il ragazzo tedesco provò.

Massimiliano osservò il motore per alcuni minuti e poi dichiarò:

— Io non lo tocco.

— Perché? — chiese qualcuno.

— Perché riconosco i miei limiti spirituali.

Finalmente arrivò un messaggio da uno dei pochi telefoni che riusciva ancora ad agganciare la rete.

Guasto sulla linea.

Una zona intera senza corrente.

Tempi di ripristino sconosciuti.

— “Sconosciuti” quanto? — domandò Arianna.

— Sconosciuti.

— Mezz’ora?

— Non lo sanno.

— Due ore?

— Non lo sanno.

— Tutta la notte?

Lucia la guardò.

— Se continui a fare domande, la corrente torna per disperazione.

Vennero tirate fuori le candele del tempio.

Poi le lanterne.

Poi alcune vecchie lampade a petrolio conservate nel magazzino.

Il cortile cambiò volto.

La luce elettrica aveva sempre mostrato tutto.

Quella delle candele, invece, sceglieva.

Illuminava un volto e ne lasciava metà nell’ombra.

Faceva brillare gli occhi.

Rendeva le pietre più antiche.

Accendeva riflessi dorati sulle foglie degli ulivi.

La città sembrava improvvisamente avere cento anni.

Forse mille.

La cucina riuscì a servire la cena perché i fornelli funzionavano a gas.

Lucia preparò quello che c’era già.

Pane.

Pomodori.

Formaggio.

Insalata.

Verdure.

Una pentola di zuppa rimasta sul fuoco.

Le persone portarono i piatti nel cortile e si sedettero sui gradini, sui muretti, sui tappeti.

All’inizio quasi tutti avevano ancora il telefono in mano.

Controllavano la batteria.

Cercavano segnale.

Mandavano gli ultimi messaggi.

Fotografavano il blackout.

Il paradosso non sfuggì a Renzo.

Una comunità spirituale immersa nel buio più magnifico del Gargano…

e quaranta persone piegate sopra rettangoli luminosi.

Fu Shivananda a proporlo.

Non ordinò.

Non fece discorsi.

Prese semplicemente un piccolo cesto di vimini.

Lo mise al centro del cortile.

— Facciamo un esperimento?

Qualcuno lo guardò con sospetto.

— Che esperimento?

— Fino a quando torna la corrente, mettiamo qui i telefoni.

Silenzio.

Quello sì che era radicale.

Più radicale del tofu.

Più radicale delle campane alle cinque del mattino.

Più radicale perfino dei turni dei bagni.

Una ragazza domandò:

— Tutti?

Shivananda sorrise.

— Solo chi vuole.

Nessuno si mosse.

Poi Carlo, l’uomo che non sorrideva mai, tirò fuori dalla tasca un vecchio cellulare.

Lo guardò.

Lo spense.

Lo depositò nel cesto.

Il rumore secco dell’apparecchio contro il vimini sembrò quasi una dichiarazione.

Subito dopo lo fece Massimiliano.

Poi Renzo.

Poi Lucia.

Poi Arianna.

Uno alla volta.

Con esitazione.

Con sollievo.

Con qualcosa che assomigliava perfino alla paura.

Alla fine il cesto era pieno.

Per qualche minuto nessuno seppe cosa fare.

Fu una scena quasi comica.

Persone abituate a essere continuamente occupate si ritrovarono improvvisamente senza possibilità di controllare notifiche, orari, messaggi, notizie, social network, fotografie, mail.

Non c’era nemmeno musica registrata.

Soltanto loro.

Renzo osservò i volti.

Qualcuno si guardava attorno come se avesse appena incontrato per la prima volta le persone con cui viveva da settimane.

Poi Javier prese una chitarra.

— Questa funziona ancora.

Lucia sbuffò.

— Per ora.

Cominciarono a cantare.

Non mantra.

Non subito.

Prima canzoni italiane.

Una vecchia canzone di Battisti.

Poi De André.

Qualcuno tentò una canzone francese.

Étienne, il macrobiotico, cantò sottovoce con un accento talmente elegante da trasformare perfino le stonature in qualcosa di sofisticato.

Un ragazzo indiano propose un bhajan.

Una signora pugliese intonò una vecchia canzone popolare che ricordava da bambina.

Le lingue si mescolarono.

Le tradizioni anche.

Nessuno sembrava preoccuparsene.

A un certo punto Carlo iniziò a parlare.

Non succedeva quasi mai.

Era seduto accanto a una lanterna.

La luce gli scavava ancora di più le rughe del viso.

— Quando ero piccolo — disse — a casa mia la corrente non c’era sempre.

Tutti tacquero.

— Mio padre metteva una lampada a petrolio sul tavolo.

E noi stavamo lì.

Mia madre cuciva.

Lui leggeva il giornale del giorno prima.

Noi bambini ascoltavamo.

Fece una pausa.

— Non sto dicendo che si stava meglio.

Si stava più poveri.

Molto più poveri.

Ma…

cercò le parole.

— quando qualcuno raccontava qualcosa, non c’era nessun altro posto dove andare.

Quella frase rimase sospesa.

Renzo sentì che conteneva qualcosa di enorme.

Oggi, pensò, abbiamo sempre un altro posto dove andare.

Anche restando seduti nella stessa stanza.

Basta abbassare gli occhi.

Miriam era seduta poco distante da Shivananda.

Dopo quello che era successo tra loro, aveva ritrovato una calma nuova.

Non cercava più significati nascosti nei gesti del guru.

Quella sera non lo guardava quasi mai.

Parlava con Arianna.

Rideva.

A un certo punto Shivananda si alzò e andò a prendere dell’acqua.

Miriam continuò a parlare.

Renzo lo notò.

E sorrise.

Forse alcuni blackout servivano proprio a questo.

A spegnere ciò che avevamo proiettato, per riuscire finalmente a vedere quello che c’era davvero.

Verso mezzanotte la città era ancora senza corrente.

Qualcuno era andato a dormire.

Altri erano rimasti nel cortile.

Il caldo si era attenuato.

Una brezza sottile scendeva dalle colline portando odore di terra, fico e rosmarino.

Kandy dormiva sulle gambe di Carlo.

Una cosa che sorprendeva tutti, perché normalmente sceglieva con estrema severità chi meritasse quel privilegio.

Khloe, invece, si muoveva tra gli ulivi.

Ogni tanto i suoi occhi riflettevano la luce delle lanterne come due piccole monete verdi.

Renzo era disteso su una coperta insieme a Massimiliano.

Guardavano il cielo.

— Da quanto tempo non facevamo una cosa così? — chiese Massimiliano.

— Guardare le stelle?

— Non fare niente.

Renzo rifletté.

— Non me lo ricordo.

Era vero.

Perfino nella Città della Nuova Luce c’era sempre qualcosa da fare.

Scrivere.

Lavorare.

Organizzare.

Meditare.

Partecipare.

Rispondere.

Produrre.

Perfino la spiritualità rischiava di trasformarsi in un’agenda.

Meditazione dalle cinque alle sei.

Colazione.

Karma yoga.

Riunione.

Pranzo.

Studio.

Servizio.

Cerimonia.

Silenzio.

Anche il silenzio aveva un orario.

Quella notte, invece, nessuno aveva programmato niente.

Ed era forse proprio per questo che tutto sembrava più vero.

Shivananda era seduto sul muretto.

Non parlava.

Renzo si avvicinò.

— Non fai il maestro stasera?

Shivananda rise piano.

— Sto cercando di prendermi una serata libera.

Renzo si sedette accanto a lui.

Davanti a loro la campagna era quasi completamente nera.

In lontananza si vedevano pochissime luci.

— È strano — disse Renzo. — Abbiamo costruito questa città per cercare un ritmo diverso, ma appena è andata via la corrente ci siamo accorti che stavamo correndo anche qui.

Shivananda annuì.

— Portiamo il mondo con noi.

— Anche quando scappiamo dal mondo?

— Soprattutto quando scappiamo dal mondo.

Renzo lo guardò.

Il volto del guru era appena visibile nella luce della luna.

— Allora a cosa serve venire qui?

Shivananda rimase per qualche secondo in silenzio.

— Forse non serve a fuggire.

— E a cosa?

— A vedere.

Il vento mosse lentamente i rami dell’ulivo sopra di loro.

— Una comunità non cancella ciò che siamo — continuò. — Lo rende più visibile.

L’ego.

La paura.

Il bisogno di controllo.

Il desiderio di essere amati.

La dipendenza.

Anche quella da un telefono.

Sorrise.

— Se siamo fortunati, vediamo tutto questo prima di convincerci di essere illuminati.

Renzo rise.

— Questa frase dovresti metterla all’ingresso.

— Nessuno entrerebbe.

La corrente tornò alle due e quarantasei.

Senza preavviso.

Prima si accese una lampadina vicino alla cucina.

Poi un’altra.

Poi il frigorifero emise un ronzio.

Il modem cominciò a lampeggiare.

Qualcuno applaudì.

Qualcun altro corse verso il cesto dei telefoni.

Nel giro di pochi minuti gli schermi tornarono ad accendersi.

Notifiche.

Messaggi.

Mail.

Ore.

Percentuali.

Connessioni.

Il mondo era tornato.

Renzo prese il suo telefono.

Lo guardò.

Poi lo spense di nuovo.

Massimiliano lo osservò.

— Che fai?

— Niente.

— Appunto.

La mattina successiva, sul tavolo della cucina comparve un foglio.

Nessuno seppe chi l’avesse scritto.

Diceva:

UNA SERA AL MESE SENZA ELETTRONICA?

Sotto erano comparse due colonne.

SÌ.

NO.

A mezzogiorno i “sì” erano trentasette.

I “no” quattro.

Accanto a uno dei “no”, Lucia aveva scritto:

Il frigorifero vota NO.

Quella sera Renzo aprì il suo quaderno.

La stanza numero sette era di nuovo illuminata.

Il computer funzionava.

Il telefono era carico.

Il ventilatore girava.

Ma prima di mettersi a scrivere spense tutto.

Accese una candela.

Massimiliano lo guardò divertito.

— Adesso esageri.

— Solo cinque minuti.

Kandy saltò sul letto.

Khloe si sistemò sul davanzale.

Fuori, gli ulivi erano neri contro il cielo.

Renzo scrisse:

Ci eravamo trasferiti nella Città della Nuova Luce per trovare più luce.

Quella notte abbiamo scoperto che ne avevamo troppa.

Luce negli schermi.

Luce nelle stanze.

Luce nelle notifiche.

Luce per non guardare il buio.

E quando tutto si è spento, non abbiamo trovato il vuoto.

Abbiamo trovato gli altri.

Poi si fermò.

Ascoltò.

Il respiro di Massimiliano.

Le fusa di Kandy.

Un piccolo verso di Khloe.

Le cicale.

Il vento.

Nessuna notifica.

Nessuna campana.

Nessuna voce che dicesse cosa fare.

Soltanto quella notte pugliese che continuava a esistere da millenni, completamente indifferente alle batterie scariche degli esseri umani.

Renzo sorrise.

Forse il blackout non aveva tolto la corrente alla Città della Nuova Luce.

Forse, per qualche ora, gliene aveva restituita una più antica.

Quella che passa da una persona all’altra quando finalmente nessuno ha più uno schermo dietro cui nascondersi.

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