di Livia Neretti — firma editoriale narrativa
Ci sono libri che raccontano un’epoca e libri che, mentre la raccontano, riescono a farci sentire il rumore delle serrande al mattino, l’odore del caffè sotto i portici, il fumo delle sigarette rimasto sui vestiti, una canzone che filtra da una scala e il peso quasi spropositato di un piccolo mazzo di chiavi nella tasca di un ragazzo di ventun anni.
«Il ragazzo del Kinky», memoir di Renzo Samaritani Schneider, appartiene a questa seconda categoria.
È una storia personale, dichiaratamente affidata alla memoria e non alla pretesa di una cronologia notarile. L’autore lo chiarisce subito: ciò che leggiamo è la sua vita a Bologna fra il 1987 e il 1989 così come oggi la ricorda; alcuni nomi e dettagli sono stati modificati, alcune scene ricomposte e i dialoghi ricostruiti nel loro senso. Una premessa importante, perché definisce fin dall’inizio il patto con il lettore: non siamo davanti a un verbale degli anni Ottanta, ma a una memoria adulta che torna a cercare il ragazzo che è stata.
E quel ragazzo, all’inizio del libro, ha vent’anni, non ha un diploma, non ha ancora una direzione precisa e porta con sé qualche fallimento che, visto da vicino, sembra definitivo. Ha lasciato la scuola. Ha provato il mestiere del padre, cameriere, ed è scappato nel bel mezzo di un banchetto dopo poche ore, abbandonando il vassoio e la giacca bianca. Ha attraversato il servizio civile come obiettore di coscienza. Ha vissuto anche un periodo di ricerca spirituale. Poi, nella primavera del 1987, torna a camminare per Bologna cercando lavoro.
Su una porta a vetri trova un cartello: «Cercasi personale».
Sopra la porta c’è un nome: Miss Italia Cafè.
IL RAGAZZO CHE AVEVA GIÀ DECISO DI NON SCAPPARE PIÙ
La scena del colloquio è uno dei primi piccoli manifesti del libro. Renzo ha vent’anni e quasi nessuna esperienza spendibile. Quando gli chiedono che cosa abbia fatto prima, invece di costruirsi un curriculum inesistente racconta la verità: una volta ha provato a lavorare in un ristorante ed è scappato nel mezzo di un banchetto.
La sincerità, paradossalmente, gli procura una possibilità.
Non un’assunzione immediata, ma un sabato di prova. Se regge il sabato, gli viene detto, può reggere tutto.
Lo regge.
Sbaglia, rovescia, confonde tavoli, impara. Soprattutto, non scappa.
È aprile del 1987. Il Miss Italia Cafè diventa presto molto più di un impiego. Diventa il luogo in cui un ventenne che fino a pochi mesi prima non sapeva come immaginare il proprio futuro scopre una competenza, una disciplina, un’identità professionale. Impara il ritmo del bancone, il peso di un vassoio, le esigenze dei clienti, il linguaggio non scritto di chi lavora nella ristorazione. Impara a osservare. E, forse soprattutto, impara a restare.
Sette mesi più tardi accade qualcosa che oggi, leggendo, continua a sorprendere.
È la fine di novembre del 1987. Renzo ha compiuto ventun anni da poco. Il responsabile del locale se ne va e il titolare lo chiama al tavolino in fondo alla sala, lo stesso del primo colloquio.
Gli dice: da lunedì il responsabile sei tu.
La parola “direttore”, nel libro, compare soprattutto come definizione affettuosamente enfatica, quasi una presa in giro fra amici; il ruolo raccontato è quello di responsabile del locale. Ma il dato sostanziale è ancora più forte di qualsiasi titolo: a un ragazzo di ventun anni vengono consegnate le chiavi del Miss Italia Cafè.
Sei chiavi.
Da quel momento sarà lui ad aprire la serranda, controllare i frigoriferi, aspettare il pane, firmare, contare, rispondere al telefono, organizzare i turni, assumersi gli errori e imparare a non ripeterli. È difficile trovare, nelle oltre quattrocento pagine del memoir, un oggetto più simbolico di quel mazzo di chiavi. Non sono soltanto le chiavi di un bar: sono la prova materiale che qualcuno ha deciso di fidarsi di lui prima ancora che lui abbia imparato completamente a fidarsi di se stesso.
Ed è qui che «Il ragazzo del Kinky» comincia davvero a diventare un racconto di formazione.
DI GIORNO LE CHIAVI, DI NOTTE UNA SCALA CHE SCENDE
Se il Miss Italia Cafè è la scuola del giorno, il Kinky è la scuola della notte.
Il locale di via Zamboni 1 si chiamava in realtà Kinki. Samaritani Schneider sceglie consapevolmente di scriverlo “Kinky”, come lo ha sempre chiamato nei suoi ricordi: una “grafia della memoria”, la definisce. Anche questo dettaglio dice molto sul libro. Non si cerca la ricostruzione museale di Bologna; si cerca il modo in cui Bologna è rimasta dentro una persona.
La prima volta che Renzo scende la scala del Kinky è un sabato notte del luglio 1987. Ha ancora vent’anni. Non conosce quel mondo. Viene accompagnato da Marco, uno degli amici che diventeranno progressivamente una seconda famiglia.
La discesa è letterale e simbolica.
Sopra ci sono i portici, le Due Torri, gli studenti, la Bologna riconoscibile. Sotto c’è un luogo fatto di caldo, fumo, musica continua, corpi che ballano, persone vestite in modi che il protagonista non saprebbe ancora definire. E soprattutto c’è una normalità che per lui è rivoluzionaria.
A un certo punto vede due ragazzi che si baciano.
Non di nascosto.
Non velocemente.
Nessuno si volta.
Nessuno ride.
Nessuno commenta.
Per un giovane gay che era cresciuto ascoltando certe parole pronunciate come insulti, barzellette o qualcosa da sussurrare, quel non accadere è un avvenimento enorme. È forse uno dei nuclei più profondi del memoir: la scoperta che la libertà, qualche volta, arriva quando intorno a te nessuno considera eccezionale ciò che sei.
Quella notte Renzo entra al Kinky pensando di andare a ballare. Scopre invece un pezzo di se stesso.
Tornerà il sabato successivo, poi quello dopo, poi ancora. Il Kinky diventerà la sua seconda casa. Imparerà il gradino leggermente più alto degli altri, il punto in cui si respira meglio, il posto vicino al bar dal quale osservare la pista, il gesto con cui il barista finirà per preparargli “il solito” senza che debba ordinarlo.
E soprattutto imparerà a non guardare più la scala come una via di fuga.
DUE VITE CHE IN REALTÀ ERANO UNA SOLA
Il cuore narrativo del libro è il doppio movimento fra giorno e notte.
Di giorno, il responsabile del Miss Italia Cafè: preciso, affidabile, quello che deve rispondere, organizzare, aprire, chiudere, decidere.
Di notte, il ragazzo del Kinky: quello che balla, ride, impara a guardare senza abbassare gli occhi, conosce persone, si scopre desiderato e, infine, bacia un ragazzo in mezzo alla pista.
Ancora una volta, nessuno si volta.
La scena ha un’evidente simmetria con quella della prima notte, quando Renzo aveva osservato due ragazzi baciarsi senza comprendere fino in fondo che, di lì a poco, sarebbe potuto diventare lui stesso uno di loro.
È una delle ragioni per cui il memoir funziona oltre la semplice autobiografia. Le scene tornano. Gli oggetti tornano. Le frasi tornano. Le porte, le scale, le chiavi, i banconi, gli specchi e i portici diventano quasi un lessico privato. Il ragazzo che all’inizio controlla sempre dov’è la porta è lo stesso che, mesi dopo, entra nei luoghi senza più cercare immediatamente l’uscita.
La crescita, qui, non viene raccontata con grandi dichiarazioni. Viene misurata in gesti minuscoli.
Un bottone della camicia lasciato aperto.
Un Negroni ordinato per la prima volta.
Un ragazzo guardato senza abbassare gli occhi.
Un mazzo di chiavi infilato in tasca.
Un “sono gay” pronunciato ad alta voce.
IL CASSERO E LA LUCE ACCESA
C’è infatti un terzo luogo fondamentale, accanto al Miss Italia Cafè e al Kinky: il Cassero di Porta Saragozza.
Renzo vi entra nel febbraio 1988.
Il contrasto con il Kinky è netto. Il Kinky è buio, musica, notte, possibilità di essere senza dover spiegare. Il Cassero è luce normale, sedie, incontri, volantini, discussioni. Per il protagonista è più difficile proprio perché è più esplicito.
Entrare lì significa riconoscere a se stesso la ragione per cui è lì.
Durante un giro di presentazioni, in una stanza illuminata, Renzo dice il proprio nome, dice che lavora in un bar del centro e poi pronuncia per la prima volta davanti ad altre persone una frase semplice: “sono gay”.
Anche qui non succede niente.
Ed è proprio questo niente a cambiare tutto.
Nessuna risata. Nessuna scena. Nessuna esclusione.
Il giro delle presentazioni continua.
Il libro riesce a raccontare con grande efficacia qualcosa che oggi, a quasi quarant’anni di distanza, rischia di apparire incomprensibile a chi ha vent’anni: la fatica di nominarsi. Non perché Bologna fosse soltanto ostile — anzi, il memoir restituisce una città capace di offrire spazi di libertà preziosissimi — ma perché quella libertà non era ancora distribuita allo stesso modo fra luoghi, famiglie, ambienti di lavoro, città e persone.
La Bologna gay che emerge dalle pagine è una città dentro la città: fatta di indirizzi, orari, codici, porte, scale e silenzi condivisi.
E poi arriva l’AIDS.
QUATTRO LETTERE CHE CAMBIANO L’ATMOSFERA
Uno dei capitoli più importanti è ambientato nel marzo 1988.
Il titolo non lascia spazio a equivoci: «La paura dell’AIDS».
Fino a quel momento il libro ha raccontato una liberazione progressiva. Ragazzi che imparano a non avere paura di sé, amicizie che si costruiscono fra il Calderoni e il Kinky, primi amori, notti lunghe, vestiti, musica, libertà.
Poi arriva una paura diversa.
Al Kinky si sussurra.
Al lavoro può diventare battuta.
Al Cassero, invece, si parla e si informa: incontri, medici, volontari, volantini, spiegazioni sulla trasmissione del virus, sul test, sul preservativo.
È qui che il memoir si allarga definitivamente oltre la storia individuale.
L’esperienza di Renzo diventa una piccola finestra su una generazione che si stava conquistando spazi di visibilità proprio mentre l’AIDS imponeva un nuovo vocabolario di paura, perdita e responsabilità. Samaritani Schneider non trasforma questa parte in un trattato storico e non pretende di rappresentare tutti. Fa qualcosa di più coerente con il suo progetto: racconta ciò che vedeva e ciò che provava un ragazzo di ventun anni dentro quella Bologna.
La paura appare nelle conversazioni, nei silenzi, nelle persone che smettono di frequentare certi luoghi e di cui non si sa più nulla. E proprio perché è filtrata attraverso la vita quotidiana, colpisce.
GLI AMICI: LA FAMIGLIA SCELTA PRIMA CHE LA CHIAMASSIMO COSÌ
Marco, Davide, Paolo e Luca sono il coro del libro.
Non importa quanto i loro nomi coincidano o meno con quelli reali — l’autore avverte che molte identità sono state cambiate o ricomposte — perché narrativamente funzionano come quattro modi diversi di stare al mondo.
Marco parla, trascina, provoca.
Davide si innamora e soffre con un’intensità continuamente rinnovata.
Paolo parla poco e, proprio per questo, quando dice qualcosa resta.
Luca corre sempre un passo avanti, soprattutto nella moda e nei gusti.
Renzo osserva e organizza.
A un certo punto gli amici gli dicono che è “quello che resta”.
È una definizione importante perché, a quasi quarant’anni di distanza, il libro stesso è il gesto di chi resta. O meglio: di chi decide di non lasciare scomparire del tutto le persone, le strade, i locali, le notti e le parole che hanno costruito una parte della propria identità.
La nostalgia, però, non è mai completamente dolce.
Il libro conosce la stanchezza, gli eccessi, le notti senza sonno, il corpo trattato come se fosse inesauribile. Conosce la paura. Conosce gli addii.
E conosce soprattutto il momento in cui la giovinezza cambia forma senza avvisare.
QUANDO LE CHIAVI PASSANO A UN ALTRO RAGAZZO
Nell’ottobre 1989 arrivano gli ultimi giorni al Miss Italia Cafè.
Il gesto che chiude il ciclo è perfetto nella sua semplicità.
Quelle sei chiavi che a ventun anni avevano significato fiducia, responsabilità e futuro passano a un ragazzo più giovane.
“Sono tue.”
È difficile immaginare una chiusura più coerente.
Il Renzo che nel 1987 aveva ricevuto un sabato di prova e aveva dovuto dimostrare soprattutto di non scappare è diventato quello che deve imparare a fare una cosa completamente diversa: lasciare andare.
Il lavoro, nel memoir, non è mai un semplice sfondo. È uno dei grandi amori della giovinezza del protagonista. A volte persino un amore ingombrante. Il Miss Italia Cafè gli offre un’identità adulta molto prima che lui si senta davvero adulto; per questo separarsene significa accettare che ciò che ci costruisce non deve necessariamente appartenerci per sempre.
La stessa cosa vale per il Kinky.
Vale per Bologna.
Vale, in fondo, per la giovinezza.
NON UN LIBRO SUGLI ANNI OTTANTA, MA SU QUELLO CHE RESTA DOPO
La parte finale compie un salto temporale e cambia la prospettiva.
Nel 2023 Bologna viene salutata di nuovo, questa volta da un uomo che ha superato da tempo l’età del ragazzo delle chiavi. Nel 2026, dalla Puglia, il narratore guarda il mare e si domanda cosa farebbe se potesse tornare indietro.
La risposta dichiarata è no: non tornerebbe indietro.
Eppure ci torna continuamente con la memoria.
Questo paradosso è forse la chiave più bella del libro.
Non voler rivivere la propria giovinezza non significa smettere di abitarla. Le notti che ci hanno formato continuano a esistere in ciò che siamo diventati. Un odore, una canzone, un portico, un’alba, un ragazzo di vent’anni che torna a casa con le scarpe in mano possono aprire improvvisamente una porta.
«Il ragazzo del Kinky» non idealizza del tutto gli anni Ottanta e non li processa con lo sguardo di oggi. Li attraversa.
C’è la libertà che cresce.
C’è la paura dell’AIDS.
C’è il lavoro quasi ossessivo.
Ci sono i locali, la moda, le boutique, le canzoni, il Negroni, Riccione, le albe.
C’è una Bologna in cui un ragazzo può essere contemporaneamente molto più libero di quanto fosse stato fino ad allora e molto meno libero di quanto sarebbe diventato il mondo dopo.
E c’è una consapevolezza che attraversa tutto il libro: la memoria non conserva le cose perché siano perfette. Le conserva perché sono state nostre.
IL MISS ITALIA CAFÈ COME SIMBOLO DI UN’ASCESA IMPROBABILE
Fra tutti i fili del memoir, quello del Miss Italia Cafè merita però una sottolineatura particolare.
Perché, tolta ogni retorica, la traiettoria è impressionante.
Nella primavera del 1987 Renzo Samaritani Schneider ha vent’anni e racconta al suo futuro datore di lavoro di essere già scappato una volta da un ristorante.
Sette mesi dopo ha ventun anni e le chiavi del locale.
Non è la favola di un predestinato. È quasi l’opposto.
È la storia di qualcuno che impara facendo, sbaglia, corregge, osserva, si presenta il giorno dopo, apre quando c’è da aprire e risponde quando il telefono suona.
In un tempo in cui siamo abituati a raccontare le vite attraverso curriculum, titoli, competenze certificate e percorsi lineari, questa parte del memoir conserva qualcosa di sorprendentemente contemporaneo: una persona può scoprire ciò che sa fare dopo aver cominciato a farlo.
La fiducia può arrivare prima della competenza.
E la competenza, se trova terreno, può inseguirla.
Forse è questa una delle frasi non scritte più forti di «Il ragazzo del Kinky».
Un ventenne senza diploma entra da una porta perché ha visto un cartello.
Un ventunenne, pochi mesi dopo, apre quella stessa porta con le proprie chiavi.
Tutto il resto — Bologna, il Kinky, il Cassero, gli amici, la notte, la musica, la paura, la libertà — accade intorno a quel gesto e insieme a quel gesto.
PERCHÉ LEGGERLO OGGI
Perché racconta la formazione di un giovane gay senza ridurla esclusivamente alla sessualità.
Perché racconta il lavoro senza trasformarlo in retorica del successo.
Perché racconta gli anni Ottanta senza farne un luna park nostalgico.
Perché parla dell’AIDS dal punto di vista di chi aveva appena iniziato a sentirsi libero quando una nuova paura entrò nella stanza.
Perché ricorda che le città non sono soltanto edifici e strade: sono le persone che siamo stati mentre le attraversavamo.
E perché, soprattutto, «Il ragazzo del Kinky» è un libro su una cosa molto semplice e molto difficile: diventare se stessi non accade in un unico momento.
Accade a pezzi.
Dietro un bancone.
Su una scala.
In una stanza illuminata.
Davanti a uno specchio.
All’alba.
Con le chiavi in tasca.
Forse è questo il motivo per cui, arrivati alla fine, il titolo smette di indicare soltanto il ragazzo che frequentava un locale bolognese.
“Il ragazzo del Kinky” diventa una figura interiore.
Quello che siamo stati e che non torneremo a essere.
Quello a cui, però, continuiamo ogni tanto a voltare la testa.
Per controllare che sia ancora lì.
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