Il Ponte del Diavolo di Borgo a Mozzano

Ci sono ponti che si limitano a unire due sponde, e ponti che uniscono invece il mondo degli uomini a quello delle leggende. Il Ponte della Maddalena, che scavalca il fiume Serchio a Borgo a Mozzano, in provincia di Lucca, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da secoli tutti lo chiamano con un altro nome, più inquietante e più affascinante: il Ponte del Diavolo.

La storia, quella vera, racconta di un'opera probabilmente voluta nell'XI secolo dalla contessa Matilde di Canossa, per permettere a viandanti e pellegrini diretti verso Roma di attraversare il Serchio e ricongiungersi alla via Francigena. Un ponte pensato per la fede, dunque, prima che per il commercio. Ma è la leggenda, tramandata di generazione in generazione, a dargli l'anima che oggi lo rende una delle immagini più fotografate e più raccontate della Toscana.

Si narra che il capomastro incaricato dei lavori si trovasse a un passo dal fallimento. Il termine concordato per la consegna dell'opera si avvicinava, e la struttura, complicata dalla furia delle acque del Serchio, non accennava a prendere forma. Disperato, l'uomo si sedette una sera sulla riva del fiume, la testa fra le mani, certo ormai di aver perso la sua scommessa con il tempo. Fu in quel momento, dicono le voci del paese, che gli apparve il diavolo in persona.

La proposta fu delle più classiche nel repertorio del folklore italiano: il ponte sarebbe stato completato nella notte, perfetto in ogni sua arcata, in cambio dell'anima della prima creatura che lo avrebbe attraversato. Il capomastro, tra il terrore e la tentazione, accettò. Quando il sole sorse, il ponte era lì, saldo sulle sue pile di pietra, con quell'arcata centrale insolitamente alta e slanciata che ancora oggi lascia i visitatori a bocca aperta, tanto da renderlo, per la sua sagoma asimmetrica, uno degli esempi più singolari di architettura medievale del territorio lucchese.

Ma il capomastro, o secondo altre versioni l'intero paese messo a conoscenza del patto, non aveva intenzione di consegnare un'anima cristiana al maligno. Così, all'alba, invece di lasciar attraversare per primo un uomo, una donna o un bambino, si scelse di spingere sul ponte un maiale. L'animale trotterellò ignaro da una sponda all'altra, e il diavolo, beffato, non poté che prendersi la sua anima suina, ritirandosi furioso e umiliato nelle acque del fiume.

È una storia che si ritrova, con piccole varianti, in molti altri angoli d'Italia: ponti "del diavolo" sorgono a Cividale del Friuli, a Bobbio, a Trezzo sull'Adda, quasi che ogni comunità che si trovasse a costruire un'opera impossibile per la propria epoca sentisse il bisogno di spiegarne l'ardimento con l'intervento di una forza soprannaturale. È il modo in cui i nostri antenati raccontavano la meraviglia di fronte all'ingegno umano: se un'opera sembrava superiore alle capacità dell'uomo, doveva per forza nascondere un segreto, un patto, un prezzo pagato a qualcuno che non fosse mortale.

C'è, in questi racconti, anche una lezione più sottile di quanto sembri a prima vista: l'astuzia popolare che riesce sempre a rovesciare l'inganno di chi si crede più forte. Il diavolo del Ponte della Maddalena non viene sconfitto con la forza, né con la preghiera, ma con un piccolo gesto di furbizia contadina, capace di salvare una comunità intera senza spargere una sola goccia di sangue, né perdere un'anima umana.

Oggi il Ponte della Maddalena è patrimonio artistico riconosciuto, meta di passeggiate e fotografie, sfondo di leggende raccontate ai bambini che si affacciano sul parapetto a guardare le acque verdi del Serchio scorrere sotto le arcate. Ma chi si ferma ad ascoltare gli anziani del posto sa che, per una notte all'anno, qualcuno giura ancora di sentire, tra la nebbia che sale dal fiume, il grugnito di un maiale che attraversa il ponte, e la voce rabbiosa di chi fu ingannato.

Sono racconti come questo, sparsi lungo tutto lo Stivale, a ricordarci che l'Italia non è fatta soltanto di monumenti e documenti d'archivio, ma anche di storie sussurrate accanto al fuoco, capaci di sopravvivere ai secoli meglio di qualsiasi pietra.

di Carmelina Rotundo Auro

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