Il cibo che buttiamo consuma anche foreste: il 29 settembre la lotta allo spreco guarda oltre il frigorifero
di Renzo Samaritani Schneider e Massimiliano Deliso
Ogni volta che un alimento viene perso prima di arrivare al mercato o buttato quando è ancora commestibile, non scompare soltanto quel cibo. Si perdono anche una parte dell’acqua, del suolo, dell’energia, del lavoro e del denaro utilizzati per produrlo. E, in alcuni casi, aumenta indirettamente anche la pressione sugli ecosistemi naturali.
È da questa prospettiva più ampia che il 29 settembre si celebra la settima Giornata internazionale di sensibilizzazione sulle perdite e gli sprechi alimentari, promossa congiuntamente da FAO e UNEP. Il tema scelto per il 2026 è “Transformative Potential of Reducing Food Loss and Waste”: il potenziale trasformativo della riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari.
Quest’anno l’attenzione si concentra in modo particolare anche sul rapporto con le foreste e con la sostenibilità dei sistemi agroalimentari. La celebrazione internazionale si svolge infatti in collegamento con la World Forest Week e con il Comitato FAO sulle foreste.
NON È SOLO QUELLO CHE FINISCE NEL CESTINO
Quando si parla di spreco alimentare, l’immagine più immediata è quella del frigorifero domestico: un prodotto dimenticato, una porzione preparata in eccesso, frutta e verdura lasciate deteriorare.
Ma il problema comincia molto prima.
Una parte del cibo si perde dopo il raccolto e prima della vendita: durante conservazione, trasporto, trasformazione e distribuzione. Un’altra parte viene sprecata nei negozi, nella ristorazione e nelle case.
FAO e UNEP ricordano che intervenire su entrambe le dimensioni è essenziale per raggiungere l’Obiettivo di sviluppo sostenibile 12.3, che punta entro il 2030 a dimezzare lo spreco alimentare pro capite a livello di vendita al dettaglio e consumo e a ridurre le perdite lungo le catene produttive e di approvvigionamento.
IL LEGAME CON LE FORESTE
Il collegamento fra uno yogurt dimenticato nel frigorifero e una foresta può sembrare lontano, ma la logica è semplice.
Produrre cibo richiede terra. Se una parte consistente di ciò che produciamo non viene mai mangiata, significa che una parte delle superfici agricole è stata utilizzata senza fornire realmente nutrimento.
La FAO ricorda che l’espansione agricola resta il principale motore della deforestazione a livello globale. Ridurre le perdite e gli sprechi può quindi contribuire a diminuire la pressione per convertire nuovi territori alla produzione agricola.
Non significa che smettere di buttare il pane domani fermerà da solo la deforestazione. Significa però riconoscere che il modo in cui utilizziamo il cibo già prodotto fa parte di un sistema più grande.
ACQUA, ENERGIA E CLIMA
Il cibo porta con sé una lunga storia invisibile.
Dietro una mela ci sono terreno, irrigazione, raccolta, selezione, trasporto e refrigerazione. Dietro una pagnotta ci sono coltivazione dei cereali, macinazione, cottura e distribuzione.
Quando quell’alimento viene perso o sprecato, tutte queste risorse sono state impiegate senza raggiungere il loro scopo finale.
UNEP stima inoltre che le perdite e gli sprechi alimentari contribuiscano in maniera significativa alle emissioni globali di gas serra. Quando i rifiuti organici finiscono in discarica, la loro decomposizione può generare metano, un gas serra molto potente.
PREVENIRE VIENE PRIMA DI RICICLARE
Compostare i residui organici è utile. Trasformare gli scarti in energia può avere un ruolo. Ma la gerarchia più efficace parte prima: evitare che un alimento ancora buono diventi un rifiuto.
Nelle case significa pianificare meglio gli acquisti, controllare ciò che abbiamo già, distinguere correttamente fra “da consumarsi entro” e “preferibilmente entro”, conservare gli alimenti nel modo adatto e utilizzare gli avanzi in sicurezza.
Nei negozi e nella ristorazione significa migliorare previsioni, gestione delle scorte, formati delle porzioni e sistemi di redistribuzione.
Nella filiera produttiva significa investire in conservazione, logistica, infrastrutture e tecnologie che riducano le perdite prima che il cibo raggiunga il consumatore.
IL VALORE DEL RECUPERO
Quando il cibo è ancora sicuro e commestibile, il recupero e la redistribuzione possono trasformare una possibile perdita in una risorsa sociale.
Associazioni, empori solidali, mense e reti territoriali raccolgono eccedenze da mercati, supermercati, produttori e ristorazione e le destinano a persone e famiglie.
Anche qui la qualità conta: recuperare non significa distribuire qualsiasi cosa. Servono tracciabilità, rispetto della catena del freddo quando necessaria, tempi corretti e attenzione alla sicurezza alimentare.
CUCINARE CON QUELLO CHE C’È
Una cultura anti-spreco non deve essere triste o punitiva.
Pane raffermo, verdure un po’ stanche ma ancora integre, gambi, foglie commestibili e piccole quantità avanzate possono diventare ingredienti.
Una semplice zuppa di verdure, una panzanella, polpette vegetali, una frittata senza carne, una crema di legumi o un ripieno possono nascere proprio da ciò che altrimenti rischierebbe di essere dimenticato.
Il punto non è mangiare alimenti deteriorati: quelli vanno scartati. Il punto è imparare a riconoscere ciò che è ancora buono e utilizzarlo prima che non lo sia più.
DAL FRIGORIFERO AL PAESAGGIO
La Giornata del 29 settembre ci ricorda che lo spreco alimentare non è soltanto una questione domestica né soltanto economica.
È anche una questione ambientale.
Ridurre le perdite e gli sprechi significa utilizzare meglio il cibo che abbiamo già prodotto, limitare sprechi di acqua ed energia, ridurre emissioni evitabili e diminuire la pressione su suolo, foreste ed ecosistemi.
La trasformazione evocata dal tema 2026 comincia proprio qui: smettere di considerare il cibo buttato come qualcosa che “sparisce” nel momento in cui chiudiamo il coperchio del bidone.
Quel cibo ha già occupato spazio nel mondo.
La scelta più sostenibile è fare in modo che, quando è possibile e sicuro, arrivi davvero a nutrire qualcuno.
Renzo Samaritani Schneider e Massimiliano Deliso
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