Buone notizie dal cielo: lo strato di ozono si sta riprendendo, ma ora la sfida è raffreddare senza scaldare

di Renzo Samaritani Schneider e Massimiliano Deliso

Ci sono anniversari ambientali che ricordano fallimenti. Quello del 16 settembre, Giornata mondiale per la protezione dello strato di ozono, racconta invece una storia più rara: un problema globale riconosciuto dalla scienza, affrontato con un accordo internazionale e lentamente avviato verso una soluzione.

Nel 2026 la ricorrenza ha un significato particolare. Sono passati dieci anni dall’adozione dell’Emendamento di Kigali al Protocollo di Montreal e il tema scelto dalle Nazioni Unite è “Global action for a cooler planet”, azione globale per un pianeta più fresco.

È un titolo che unisce due questioni spesso raccontate separatamente: la protezione dell’ozono e il modo in cui raffreddiamo case, uffici, negozi, ospedali, alimenti e città sempre più esposte al caldo.

Una delle poche grandi storie ambientali di successo

Il Protocollo di Montreal fu firmato nel 1987 per eliminare progressivamente le sostanze responsabili della distruzione dello strato di ozono, lo schermo naturale che riduce l’arrivo al suolo delle radiazioni ultraviolette più dannose.

Secondo le valutazioni scientifiche sostenute dalle Nazioni Unite, quasi il 99% delle sostanze vietate che impoveriscono l’ozono è stato progressivamente eliminato. Se le politiche attuali resteranno in vigore, lo strato di ozono dovrebbe tornare ai livelli del 1980 intorno al 2040 nella maggior parte del mondo, al 2045 nell’Artico e al 2066 sopra l’Antartide.

Non significa che il problema sia già risolto. Significa però che le decisioni prese negli ultimi decenni stanno producendo risultati misurabili.

In un’epoca in cui il dibattito ambientale è spesso dominato da scenari catastrofici, questo vale la pena ricordarlo: le politiche pubbliche possono funzionare.

Il paradosso del fresco

Il tema del 2026 sposta però l’attenzione sul prossimo passaggio.

Con l’aumento delle temperature e delle ondate di calore, la domanda di raffrescamento cresce. Condizionatori, pompe di calore, frigoriferi e sistemi di refrigerazione sono sempre più importanti per la salute, la conservazione degli alimenti e la qualità della vita.

Il problema è che molti refrigeranti usati in passato, e in parte ancora oggi, hanno un forte effetto sul clima se dispersi nell’atmosfera.

L’Emendamento di Kigali, adottato nel 2016, punta a ridurre progressivamente gli idrofluorocarburi, gli HFC, sostanze che non distruggono lo strato di ozono come i vecchi CFC ma possono avere un elevato potenziale di riscaldamento globale.

Secondo il messaggio delle Nazioni Unite per il 2026, la piena attuazione dell’Emendamento di Kigali potrebbe evitare fino a 0,5 °C di riscaldamento globale entro la fine del secolo. Il beneficio può crescere ancora se la sostituzione dei refrigeranti viene accompagnata da apparecchi più efficienti e da edifici progettati per avere meno bisogno di raffrescamento.

Raffrescare meglio, non semplicemente di più

La sfida non è chiedere alle persone di rinunciare al fresco quando il caldo diventa pericoloso.

È esattamente il contrario: garantire il raffrescamento a chi ne ha bisogno senza trasformarlo in un nuovo acceleratore della crisi climatica.

Questo significa lavorare su più livelli.

Servono apparecchi efficienti. Servono refrigeranti a minor impatto climatico. Servono tecnici qualificati che evitino perdite durante installazione, manutenzione e smaltimento. Servono edifici con ombreggiamento, ventilazione, isolamento e superfici capaci di limitare il surriscaldamento. Servono alberi, verde urbano e spazi pubblici progettati per offrire riparo dal sole.

E serve anche una questione di giustizia.

Chi vive in una casa ben isolata, può permettersi un condizionatore efficiente e dispone di spazi verdi parte da una posizione molto diversa rispetto a chi vive in un appartamento surriscaldato, in un quartiere senza ombra o con una bolletta energetica già troppo pesante.

Il “raffrescamento sostenibile” non è quindi soltanto una tecnologia. È anche una politica sociale.

Il ruolo delle città mediterranee

Per le città del Sud Europa, e quindi anche per la Puglia, il tema è particolarmente concreto.

Le estati più lunghe e le notti molto calde rendono il comfort termico una questione sempre meno stagionale. Ma una città non può affidare tutta la propria risposta ai condizionatori privati.

Una strada alberata, una piazza ombreggiata, una pensilina ben progettata, un edificio pubblico riqualificato, una scuola che non diventa invivibile a giugno, una casa popolare isolata meglio: sono tutte forme di adattamento.

Anche la manutenzione del verde conta. Un albero adulto può offrire un servizio climatico che nessun arredo urbano artificiale riesce a sostituire completamente.

Per questo la transizione ambientale, quando è fatta bene, non riguarda soltanto grandi impianti e trattati internazionali. Arriva fino al marciapiede sotto casa.

Cosa possiamo fare davvero a casa

Sul piano domestico non servono gesti simbolici complicati.

La prima cosa è usare il raffrescamento con buon senso: temperature non eccessivamente basse, filtri puliti, finestre e porte chiuse quando l’impianto è in funzione, tende o schermature solari nelle ore più calde.

La seconda riguarda la manutenzione. Se un climatizzatore perde refrigerante, non è un problema da improvvisare: serve un tecnico qualificato. I gas refrigeranti non devono essere scaricati nell’ambiente.

La terza riguarda la sostituzione degli apparecchi. Quando arriva il momento di cambiarli, efficienza energetica e tipo di refrigerante dovrebbero entrare nella scelta insieme al prezzo.

Infine c’è un gesto apparentemente banale: non buttare frigoriferi o condizionatori nei normali rifiuti. La corretta gestione a fine vita è essenziale proprio perché i circuiti possono contenere refrigeranti che devono essere recuperati.

Una lezione più grande dell’ozono

La parte più interessante della storia del Protocollo di Montreal non è soltanto chimica o atmosferica.

È politica nel senso più ampio del termine.

Un problema scientifico complesso è stato riconosciuto, discusso, trasformato in regole internazionali, finanziato e monitorato. Paesi con interessi diversi hanno continuato a collaborare per decenni.

Il sistema non è stato perfetto, ma ha funzionato abbastanza da cambiare una traiettoria globale.

È forse questo il messaggio più utile del 16 settembre 2026.

Le crisi ambientali non sono inevitabilmente destinate a peggiorare. Alcune possono essere rallentate, altre invertite, se conoscenza scientifica, responsabilità politica, innovazione e cooperazione internazionale riescono a restare dalla stessa parte abbastanza a lungo.

Lo strato di ozono non è ancora completamente guarito.

Ma sta recuperando.

E in tempi di sfiducia, anche questa è una notizia importante.

Fonti: United Nations Environment Programme / Ozone Secretariat, World Ozone Day 2026 – Global action for a cooler planet; United Nations, messaggio del Segretario generale per la Giornata mondiale dell’ozono 2026; UNEP, Scientific Assessment of Ozone Layer Depletion 2022.

https://www.unep.org/ozonaction/news/news/world-ozone-day-16-september-2026
https://www.un.org/en/observances/ozone-day/messages
https://www.unep.org/resources/publication/scientific-assessment-ozone-layer-depletion-2022

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