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Carmelina Rotundo Auro

Il Mago del Tempo: un doppio omaggio a Cesare

Il Mago del Tempo

Un doppio omaggio a Cesare, di Carmelina Rotundo

La letterina o mi sta proprio simpatica fin dal modo di atteggiarsi delle labbra a pronunciarla. Per non dire che, a seconda del tono in cui è pronunciata, può esprimere meraviglia, sorpresa, o preferenza... scelgo questo, o quello, ed in questo caso, che vezzosa, si accompagna sempre con lei la virgola, per richiamare la forma dell'"ovo" (affascinante simbolo di vita): tanto è vero che se non sai fare nemmeno un O con il bicchiere, son guai...

Per richiamare per forma, e perché anche inizia per o, l'orologio, invenzione dell'uomo che pretenderebbe di "regolamentare" il tempo (ma come si sperimenta, nulla ci è concesso controllare, come dimostrerò nel racconto del 30 ottobre) ed anche il tempo (messere, una volta l'ho chiamato) procede senza far rumore, lasciando però segni... e quanti ne ha inventati l'uomo di orologi, per quell'esigenza appunto di sapere non solo dove si trova nello spazio, ma anche nel tempo: da quelli solari, a quelli musicali, a veri e propri automi, e sempre mostre si fan per documentare questa esilarante invenzione, come quella fantasiosa "Tempo Reale e Tempo della Realtà", gli orologi di Palazzo Pitti dal XVII al XIX secolo.

Con l'orologio noi, famiglia, abbiamo da generazioni un rapporto sempre molto singolare: mio nonno Cesare non lo portava mai, ma alla domanda che ore fossero, alzando il braccio senza orologio al polso e guardando il cielo, mi indicava l'ora esatta. E sì, perché nonno Cesare, come tutte le persone di quella generazione, aveva un rapporto con il Creato tutto e, seguendo il moto di stelle e luna e sole, sapeva perfettamente dove ci collocavamo nel tempo: per questa dote lo chiamavo il mago.

I nostri genitori lo portavano: mio padre fino all'ultimo giorno della sua vita, mentre mia madre lo aveva lasciato da anni perché, potendosi muovere poco, preferiva riferirsi ai numerosi orologi sistemati in giro per la casa. Anche a mio fratello Cesare, grande amatore e collezionista di orologi, piaceva molto portarli per collocarsi nel tempo, usandolo quasi come una bussola, e a lui dedico un omaggio ripercorrendo il tempo in cui faceva splendidi disegni musicali.

Il mago

Non sarebbero bastate parole a descrivere quel mago tanto singolare: capelli bianchi, lisci, appena fino alla nuca, leggermente le ciocche sollevate sulla parte alta della testa, e il bello è che l'avevo già incontrato tante volte, ma mai l'avevo osservato, mai mi ero soffermata!

I colori preferiti da lui: l'azzurro chiaro e il blu scuro, e azzurra era quasi sempre la sua camicia fresca a mezze maniche, fermata da un bottoncino dello stesso colore ma leggermente più chiaro; blu scuro erano i pantaloni che preferiva indossare. Le braccia abbronzate, la grande vena come fiume che solcava la mano... non era facile farlo arrabbiare, a me sembrava impossibile; certo, a meno che...

Da tempo aveva deciso di vivere nell'ampia stanza dove non c'erano finestre, solo la grande porta dipinta di marrone, di legno, con un fiore scolpito nel centro preciso. Ogni mattina girava la grande chiave di ferro pesante nella serratura, spingeva prima la mezza porta, poi la grande porta, ed entrava nella stanza dal pavimento squadrato di pietre grigie. Si muoveva, appena un attimo, e poi con la paletta di ferro apriva la parte alta della porta divisa da due sportelli di legno e dalle inferriate.

Le pentole erano libere di stare alle pareti, attaccate a chiodoni, e tutti i coperchi lì a bella mostra, dorso sul muro e manico sulla fune che faceva come d'altalena, alla quale erano attaccati anche il romaiolo e il cucchiaio dai grandi buchi. Il suo portafortuna, nelle stagioni calde, un cucuzzone verde, rotondo, dalle venature ora più scure ora più chiare, messo lì sulla mensola, tutta di mattonelle bianche rettangolari, che copriva il focolare eternamente nero, fuligginoso.

Vicino, attaccata di lato, nella parte bassa del lavandino tutto di pietrine piccole piccole sul grigio perla, la pentola delle pozioni, nera nera, e quella paletta di ferro dai cento usi. La tavola grande rettangolare, robustissima, dove teneva disperse tante cose: il vaso trasparente dello zucchero con il coperchio d'argento, la scatola di cartone piccola, rettangolare, perfetta, col sale dentro, il bicchiere alto col caffè nero dentro e gli occhiali dalla montatura di tartaruga con l'asticciola destra pendente che li faceva traballare sul naso, ma lui non ci badava tanto: poche erano le volte che li usava, i suoi occhi ne avevano viste di cose nella vita! E ora diceva che non poteva portare, come li chiamava lui, dei "vetri appannati".

L'acqua, appena apriva la fontanella: fresca, quasi ghiacciata, e il "bacile" di smalto a rose rosse fuoco dipinto, un po' scorticato, dove l'acqua creava lo specchio per cose future.

Il mago ha una dote singolare: "Non guardo il sole o le stelle, mi regolo, non ho mai avuto orologio, con la testa mia mi regolo."

Il mago della storia-diario che ho la gioia di raccontare è Nonno Cesare. Lui racconta se stesso nella forma dialettale; io, lasciando solo poche parole in dialetto - modi di esprimersi, come i verbi - in fondo trascrivo tutto in lingua. Ho usato la prima persona perché è proprio nonno Cesare il protagonista: narratore ed artefice dei suoi 86 anni di vita.

Carmelina